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Il disturbo di panico

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  Sito dello psicologo Vittorio Mendicino di Roma. Tratta di  psicoterapia,psicoanalisi,psicologia,disturbi psichici,salute,articoli,ricerche. Offre risorse,indirizzi utili,

orientamento,informazioni,disturbo di panico con o senza fobie specifiche.

PANICO AGORAFOBIA CLAUSTROFOBIA

 

            In questo articolo cerchiamo di dare un’idea su quello che accade e alle dinamiche che interagiscono a chi soffre di panico.

Immaginiamo un uomo che pensa spesso al suicidio e  si trova a dover camminare sulla  grondaia di un palazzo molto alto. Dovrà  lottare disperatamente contro  il precipizio che”secondo lui” lo tenta , lo seduce, lo vuole risucchiare, lo spinge giù.

Questa situazione corrisponde a quello che nel manuale di classificazione dei disturbi  viene definito come (DAP) “Disturbo di Attacco di Panico” (DSM-IV), noi di orientamento psicodinamico lo definiamo Nevrosi d’Angoscia Panica.

Nevrosi perché rientra nel quadro delle nevrosi e non delle psicosi con tutte le implicazioni teoriche e pratiche sia  per la  terapia, che per la prognosi. “Angoscia”, perché è molto presente, densa, acuta e pervasiva. “Panica”, perché è paralizzante, primaria, psicofisiologica.

 Freud, dopo aver trattato la nevrosi isterica si è occupato della nevrosi d’angoscia, nelle forme: fobica ed ossessiva.

L’ansia e l’angoscia sono presenti in molti quadri psicopatologici,ma non sono così  floride  come  negli attacchi di panico.
Dietro agli intensi conflitti mentali e dietro all’attività di sofferenza delle psiconevrosi  paniche, si combatte  un tumulto di bisogni urgenti, di collere violente, di tentazioni catastrofiche.
La persona affetta dal panico talvolta vive prudenti sintomi di stanchezza e di mancanza di energia,  che poi vengono rimpiazzati o integrati dai sintomi della claustrofobia, con la sua acuta angoscia per l’essere “rinchiuso”. E’ la reazione contro il sintomo opposto dell’agorafobia, la paura di uscire.Altre volte paralizzanti sensi di colpa e angosce paniche piombano addosso come fossero  “morsi di tigre” spuntati dal nulla.
A questo livello, quando il panico si è insediato, la persona spaventata si ritira dal mondo pericoloso e allarmante per cercare  riparo e sicurezza nel posto più sicuro, da cui teme di uscire nuovamente. In questo stadio, il sé normalmente attivo si è arreso in favore di un sé inattivo, che viene sopraffatto dall’angoscia, quando osa affacciarsi al mondo esterno.
Oramai la  persona affetta da panico  si chiude nel suo guscio per trovare protezione o scampo alle ferite emotive. Il guscio sovente viene  individuato nella propria stanza – casa, nei propri pensieri, che fanno la ronda sul respiro della paura, nel non nuovo.

La persona impantanata nel panico è perseguitata da un  pensiero che staziona sempre in punta di lingua : “Basta, non me ne frega più nulla, hai chiuso, non sono più tuo figlio, non sei più mia madre, voglio vederti morire,  voglio lasciarti”.
Le  manovre che il soggetto compie sono un   tentativo di  tagliare i legami affettivi e gli interessi  pratici correlati,  perché  tiranni, ingiusti, opprimenti, strazianti, ma pur sempre “affetti e indispensabili in tempo di magra”. Il tentativo di rimuovere questo stato di  assoggettamento alla dipendenza, al bisogno  dell’affetto (immeritevole di questo termine)  procura “sanguinamento”, lacrime e panico paralizzando così la “lingua” biforcuta e assassina.

Copyright© 2005 Vittorio Mendicino

 

 

www.psicologiaeterapia.it    Dott: Vittorio Mendicino (psicoterapeuta)  info@psicologiaeterapia.it

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