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Vittorio Mendicino
(psicologo, psicoterapeuta di Roma)

Ecco come opero e come la penso......

Kouhnt mi sovviene quando penso che  si può stare benissimo assieme  a qualcuno senza interpretare ciò che fa e non fa e che  posso usare l’empatia come se fosse un “braccio e un abbraccio al laser” per  la ricerca, la verifica e la conquista di confidenza ricostruttiva del profondo.

Considero importante dare al paziente un “ambiente emotivo sufficientemente buono” (Winnicott), capace di  contenere e sostenere il paziente.

In definitiva opero con la consapevolezza che la cura psicoterapica ha poco effetto  quando l’incontro si svolge  e si manifesta con espressioni teoriche ed intellettuali senza l’indispensabile  affettività  generatrice di senso di amore, odio e conoscenza.

Penso che un trattamento psicoterapico comporti quasi il vivere  una “malattia artificiale,” paziente e terapeuta  percorreranno entrambi strade buie, incomprensibili, piene di ostacoli, prima di poter vedere la luce e il nome dei sensi. Durante questo percorso, il terapeuta utilizza i suoi orientamenti interni, la sua esperienza e gli strumenti analitici  che possiede, per contenere e sostenere  la situazione e per mantenere la rotta che porta alla guarigione ovvero alla pensabilità.

 In altri termini possiamo immaginare una buona parte del  funzionamento  del lavoro psicoterapico come se fosse l’esperienza  dell’affrontare  un compito difficile e pauroso prima, assieme a chi è capace di farlo, per poi poterlo affrontare, con meno paura, finalmente anche  da soli.

Il  compito difficile è  quello che viene definito “nevrosi da transfert” (comprende tutte le atmosfere emotive, il tipo di rapporto, lo stile, la fiducia e la sfiducia, la sfida,  la remissione, l’assenza o la presenza di comprensione, le verità e le bugie) che caratterizzano la relazione analitica.

Glover (1955) dice che la nevrosi da transfert consiste in una regressione, in un rivivere, anziché un vivere. E’ il ritorno di quel che si è vissuto  per la prima volta quando si è avverata la “formazione del sintomo”, vale a dire la ricomparsa della  nevrosi infantile. “Si rumina il contenuto dello stomaco”, non si mastica il “cibo attuale”.

Il lavoro psicoterapico  ben fatto, porterà per dirla ancora  metaforicamente a consumare il cibo attuale e a mangiare con gusto, quindi a poter vivere, anziché sopravvivere la propria vita.

Freud a proposito del processo terapeutico e della guarigione  in una sintesi diceva: “Là dove c’è l’Es ci sarà l’Io”.  Bion introduce l’idea che la conquista della conoscenza, in senso di realtà e  del pensiero, attesta il positivo processo terapeutico. Quindi, la possibilità di rapportarsi con il presente, con la realtà e non solo (come in caso di disturbi) con il passato problematico e doloroso, che viene proiettato invasivamente nel presente  e nelle persone di quotidiana frequentazione, corrisponde all’emancipazione dalla sofferenza e alla guarigione.

 

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Vittorio Mendicino (psicologo, psicoterapeuta di Roma)

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