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   Studio di Psicologia e Psicoterapia 
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La schizofrenia conoscenza cura prevenzione

         Nel 1988 l’Organizzazione Mondiale della Sanità  (OMS) ha lanciato la sua “iniziativa per il supporto alle persone con disabilità a causa di una malattia mentale”.

La parte più rilevante tratta del coinvolgimento degli utenti nel progettare, realizzare e valutare i servizi di salute mentale.

I gruppi di “self-help ”, familiari di tutto il mondo organizzati dal The world Schizofrenia Fellowship hanno prodotto una pregevole ed utile dispensa, che i diversi paesi hanno tentato di adattare alla propria realtà socio – culturale. Questa scheda, curata dallo psicologo Vittorio Mendicino, è stata ispirata  dall’edizione italiana.

I familiari di persone affette da schizofrenia vivono coinvolte quotidianamente nel problema straripante della gestione emozionale: rabbia, incomprensione, minacce, sensi di colpa.

Silvano Arieti sostiene che  la definizione di schizofrenia è un compito terribile. Alcuni autori considerano la schizofrenia una malattia, altri una sindrome, altri ancora un meccanismo mentale. In ciascuna di queste opinioni c’è una parte di verità.
La schizofrenia è una reazione specifica ad uno stato molto grave di ansia, che ha avuto origine nella prima infanzia è maturato nel tempo ed  è esploso più tardi.

Le statistiche più attendibili riferiscono che la schizofrenia può colpire una persona su 2000 in alcune comunità, ed una su 100 in altre; già da queste cifre  ognuno può fare le proprie considerazioni.

Interessa persone di ogni ceto sociale ed è solita colpire i giovani, in genere tra i 15 e i 30 anni  (maschi e femmine in eguale misura).

Nella metà dei casi l’insorgenza della malattia è acuta, nella restante metà è insidiosa ed il suo andamento può essere episodico o continuo.

L’esito generale a lungo termine è migliore di quanto si è portati a credere.

La schizofrenia può svilupparsi lentamente e nessuno delle persone circostanti (perché coinvolte) si rende conto di quello che sta maturando, non vede che si stanno accumulando sintomi e sofferenze destinate a evolvere nella psicosi. I familiari  tendono a minimizzare, a far rientrare le manifestazioni delle prime “stranezze” nel  carattere del ragazzo. In questo caso si è in presenza  dell'episodio graduale e insidioso.
La schizofrenia può anche svilupparsi all’improvviso, con drammatici,  imprevedibili cambiamenti di comportamento, manifestato agitatamente in maniera delirante (episodio acuto).

Nel linguaggio psichiatrico, i sintomi vengono distinti in “NEGATIVI” e “POSITIVI”. Positivi  sono quelli prodotti dalla malattia,  tipo allucinazioni, deliri che noi chiamiamo "formali",  su questi agiscono meglio gli psicofarmaci; quelli negativi, invece, si riferiscono alla ridotta  funzionalità, all’abbassamento  dell’abilità e della motivazione della persona (apatia, appiattimento emotivo, carenza motivazionale) a causa della schizofrenia.

Sintomi:

Pensiero disordinato e confuso, false credenze che non si smuovono, allucinazioni, deliri, negazione, senso di sé alterato, cambiamenti emotivi, isolamento sociale, mancanza di scopi, depressione.

Gli stessi psicofarmaci possono anche essere motivo di apatia con perdita di spontaneità, di iniziativa, e di indifferenza all’ambiente esterno.

Cause:

Non esiste un parere unanimamente condiviso sulle cause della schizofrenia: ci sono ipotesi tendenti a privilegiare il fattore ereditario, biochimico, il motivo psicofisiologico. La tesi psicodinamica ipotizza, alla base del disturbo schizofrenico, l’esistenza di un deficit evolutivo insorto nel rapporto madre infante.

E’ stato suggerito dall’OMS che l’emigrazione  è associata ad alti tassi di schizofrenia, questi hanno un’ incidenza molto più elevata con gli altri abitanti nativi del posto. La frequenza di schizofrenia è maggiore tra i parenti delle persone che ne risultano affette rispetto alla popolazione generale. Il rischio di poter sviluppare la malattia può essere cinquanta volte più alto per un figlio i cui genitori risultano entrambi affetti dal disturbo. Il rischio diminuisce quando un solo genitore è affetto da schizofrenia. In questo caso, il figlio ha la probabilità di ammalarsi soltanto da dieci a quindici volte in più rispetto alla popolazione generale. Secondo le ultime statistiche, nei paesi occidentali la prevalenza varia da cinquecento, a mille casi di schizofrenia, per centomila abitanti ogni anno.

Che fare:

La gestione della schizofrenia richiede anche programmi di cura e di riabilitazione psicosociale. I farmaci possono aiutare a controllare alcuni dei sintomi. I trattamenti farmacologici sono importanti, ma non “curano” la malattia nel suo insieme. A tale proposito così si esprimeva Freeman (1988): “La farmacoterapia  ha avuto successo nel dissipare i sintomi positivi, ma ha fallito nell’agire sul nucleo del processo morboso”. Negli ultimi venti anni, la farmacoterapia, soprattutto quella a base di farmaci ad azione protratta, che tende ad attenuare le manifestazioni cliniche e a modificare il decorso naturale della malattia, ha ostacolato la facoltà di capire se la possibilità di un’ulteriore miglioramento venga impedita o favorita da un trattamento farmacologico.

Tuttavia, se le dosi sono moderate e si è in presenza di un buon “rapporto terapeutico”con lo psichiatra, lo psicologo o l’infermiere, si possono cogliere le indicazioni utili su come dover procedere.

Le persone affette da schizofrenia hanno anche bisogno di sostegno, comprensione, ed un ambiente capace di funzionare in maniera adeguata, sana.

Le esperienze e gli studi maturati, da quanti si sono impegnati con passione nel campo delle psicosi (Sullivan, Rosenfeld, Searles, Menninger, Arieti,Bettelheim, Bion, Mahler, Tustin, Racamiere, Resnik, Zapparoli, Correale), ci forniscono dati concordanti  nell’indicare  la ricostruzione dell’ambiente emotivo, quale primaria “medicina” per la cura del disturbo.
I mezzi “biciclette, camion, autotreni”, che portano i fattori costruttivi e ricostruttivi per l’ambiente emotivo, di esistenza e di contenimento, provengono dalle relazioni interpersonali, familiari, sociali, dalla psicoterapia, dalla  comunità psicoterapeutica, dal particolare rapporto fra paziente e servizi, paziente e familiare…

Occorre comunque sempre sensibilità psicoterapeutica per  poter attivare e ottimizzare l’ambiente “curativo”. Quest’ultima viene espressa dal professionista – psicoterapeuta, ma anche da chi, mosso da buon senso e coinvolto nel campo, sente di darsi da fare a tale scopo.

Il carico di angoscia, di incomprensione, di rovine è così alto che per potersi prendere cura in senso costruttivo dello schizofrenico occorre “essere matti”. Serve avere le “spalle grosse”, molta professionalità, esperienza, cuore e cervello, umiltà e pazienza.

Gruppi di aiuto:

Membri di famiglie di tutto il mondo si sono unite per dare sostegno a sé stesse e ai loro parenti. Molti gruppi di volontariato forniscono informazioni, supporto, scambi di esperienze. Questo permette ai familiari, che si prendono cura del loro parente, di impegnarsi con maggiore determinazione ed efficienza. I gruppi di self - help  per le famiglie che vivono con un paziente affetto da schizofrenia hanno ognuno una particolare peculiarità. Aiutano sé stessi preoccupandosi contemporaneamente del benessere degli altri, che spesso non ci sarebbero riusciti da soli.

 Il gruppo di autosostegno:

I gruppi di sostegno familiare possono essere esperienze di grande valore per l’auto – aiuto e con caratteristiche capaci di indurre l’aumento qualitativo e quantitativo delle prestazioni offerte dagli operatori professionali dei vari servizi. I gruppi dovrebbero offrire ai partecipanti almeno quattro opportunità:

sostegno, comprensione, incoraggiamento da parte di coloro che hanno già maturato esperienza nel prendersi cura delle persona affetta da schizofrenia. Avere l’occasione di imparare dalle conoscenze di coloro che hanno già affrontato problemi quotidiani,  di fare nuove amicizie dopo anni di assistenza al proprio familiare e al conseguente ritiro causato dall’ isolamento progressivo. In sostanza,  appoggio  per indirizzare i propri sforzi verso il miglioramento della situazione.

Gli obiettivi delle riunioni dovrebbero essere: la creazione di un’atmosfera di fiducia, la possibilità che i presenti possano partecipare senza timore di critiche, dare  il giusto riconoscimento per quanto sono riusciti a fare, permettergli  anche semplicemente di ascoltare, essere assolti o riposare se questo è ciò che riescono ad esprimere. Lasciare che  ascoltino una varietà di soluzioni diverse, fare in modo che i partecipanti si rendano conto che le loro esperienze, i loro suggerimenti sono importanti, dare il benvenuto ai nuovi membri ed incoraggiarli a parlare, a raccontare il problema che li ha indotti alla riunione.

Chi coordina gli incontri dovrebbe cercare di equilibrare la discussione, riassumere e chiarire i punti, mantenere il gruppo sull’argomento, concedere a ciascuno la possibilità  di parlare, favorire lo svolgimento amichevole smussando i contrasti che emergono nella riunione.  In definitiva, favorire la cooperazione ed il pensare assieme.

Copyright©2005 Vittorio Mendicino - info@psicologiaeterapia.it

 

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