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IL CASO NINO

di Vittorio Mendicino e Graziella Ceccarelli

Questo articolo contiene elementi di più casi clinici corrispondenti a persone realmente esistenti, ma  ricostruiti, raggruppati e a volte modificati negli aspetti identificativi, mossi anche da un’ottica psicoanalitica, sia per esigenze espositive che per motivi di privacy.
Nino è un ragazzo di vent’otto anni con evidenti tratti di disturbi psichici; la sua storia, su di noi, suona come se fosse una lezione magistrale, forse meglio di quelle che ci vengono impartite dai professori tra i banchi dell’università.
Da quando era andato via di casa, (o meglio “scappato”, visto che quella casa l’ha sempre vissuta come motivo di ogni suo male), Nino non vi era mai più tornato.
Oggi, dopo otto anni, sempre con la sua stessa faccia da fuggiasco smarrito e in evidente stato di sovrappeso, si ritrova davanti la porta di casa, di quella casa dove è nato e cresciuto, dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza e dove ha vissuto la grande “guerra”, con i suoi genitori, con il mondo e con se stesso.

Si ferma per un attimo davanti le scale che portano all’ingresso, poi, come uno scalatore, sembra riflettere un po’ sul percorso da affrontare, sugli ostacoli legati all’andare avanti e al “crescere” e pensa ai pericoli che potrebbe trovare in cima: tutto questo suscita in lui una grande sfida e paura. 

L’istinto prevale e tutto d’un fiato sale le scale, varca la soglia di casa e ha come una specie di sussulto mescolato a soffocamento; viene assalito violentemente da stimoli: suoni, voci, odori, critiche, che prendono il sopravvento su di lui facendogli salire una forte sensazione di vomito.

Apre la porta della sua “prima” cameretta, la scandaglia accuratamente con lo sguardo e con il fiuto, come in cerca di comprensione, di rassicurazioni e di una improbabile pacificazione.
Quella che a noi si presenta come una semplice e tranquilla camera, per Nino, invece, è il luogo dei ricordi e dei fantasmi, un purgatorio infinito, un dispettoso ventre materno, la banca di segreti indicibili, un campo di battaglia dove ha sempre combattuto ad armi impari.

Dà prima uno sguardo veloce d’insieme: tutto è uguale come se fosse rimasto ad aspettare; ogni tanto sfiora qualche oggetto con le dita, sembra voler sperimentare se quella stanza funziona ancora come macchina da guerra, come è stato in passato e vuole verificare se è ancora viva e funzionante.
Poi, quando scende nei particolari gli si accendono, piano piano, in testa “tutti i led”, tutte le emozioni e le sensazioni racchiuse in lui prendono consistenza: si sente frastornato, sta al centro della stanza e guarda le pareti ancora tappezzate da vecchie foto di antenati, in bianco e nero sbiadite, gli appaiono come fantasmi che aleggiano nell’aria per esprimere il loro feroce disappunto e le loro critiche.

Guarda il letto, sul quale ha pianto, riso, studiato, sudato, dove si è masturbato, ricorda che lo faceva, di solito al mattino alle 11 e la sera alle 22, puntuale come un orologio svizzero, al mattino con la mano destra e la sera con quella sinistra.
Queste immagini, rievocate dalla “camera principe”, gli passano davanti, si fanno spazio e  si mettono in fila, una alla volta, quasi aspettando impazienti il proprio turno per farsi vedere, davanti la sua faccia. Allora, in preda ad una forte turbolenza, apre l’armadio e tira fuori una scatola, nascosta tra le coperte odoranti di “vecchia” naftalina,  lì dentro prende un quaderno, lo annusa, poi lo apre.

E’ il “libro nero”, come lo chiamava allora, contiene i segreti e i suoi più intimi pensieri; sfogliando con lui quelle pagine ritroviamo Nino ragazzetto, con un aspetto di faticosa e sofferente vita pre-adolescenziale.

Sbarbato, carnoso, i capelli rasati e lo sguardo sfuggente. Nino, all’epoca, veniva torturato anche dalle sue stesse doti: aveva un intuito sovraumano, sembrava leggesse l’animo umano, con un solo sguardo da lontano. Ma questo, invece, di tornargli utile, gli creava ulteriori sofferenze, infatti, questo suo intuito rigoroso e preciso, funzionava solo per gli eventi negativi e cioè, percepiva le critiche in arrivo e tutte quelle situazioni in cui si sarebbe venuto a trovare in forte isolamento ed esclusione, che poi, puntualmente si verificavano realmente, mentre era completamente cieco ad intravedere situazioni in evoluzione positiva, dove qualcuno poteva trattarlo alla pari. Ha sempre vissuto come un “povero cristo”, si è sempre sentito un indesiderato, interpretava il pensiero degli altri, come espressione di disappunto e disgusto nei suoi confronti, era come se tutti gli dicessero: “E tu che ci fai qui? Chi sei? Che vuoi?”.

Non ha mai sentito, né allora, né adesso, di possedere una qualsiasi collocazione, una che fosse buona e sua, ma solo vissuti e sensazioni di essere, sempre e comunque, fuori posto ed escluso. Questi vissuti, lo portavano ad autointerpretazioni devastanti, riguardanti anche il proprio corpo: si considerava brutto, con un fisico da perfetto”imbecille”, la faccia gli appariva strana, da mezzo stupido, si vedeva il pisello troppo piccolo, se lo guardava continuamente, lo misurava con il centimetro, si informava sulle misure dei suoi coetanei, come a cercare la conferma delle sue ridotte misure e la conclusione era sempre la stessa: “Ma dove vado con questo?”.

Quel quaderno riporta alla luce tanta sofferenza, tanti bocconi amari, tante insicurezze, tanta rabbia, ma anche qualche lumicino, nel quale poter rintracciare uno spiraglio positivo.

Nino, infatti, in quelle immagini di bambino e in quella fase di vita, dove non si erano ancora “conclamati” i disturbi importanti, intravede un ragazzo normale, quasi come una cellula “staminale” ancora integra in tutte le potenzialità e da ciò ne ricava, finalmente un momento di orgoglio, una speranza di possibile e buona evoluzione.

Esamina attentamente: sulla parte superiore di una pagina c’è scritto: “Stanotte di nuovo quel sogno con la mamma che viene sbranata da un grande lupo ed io che, invece di difenderla, dico al lupo come fare per sbranarla meglio. Mi sveglio sempre sudatissimo e spaventato, ma poi quando scendo per fare colazione e vedo mamma che è lì, dapprima mi tranquillizzo, poi riscoprendola sempre nervosa e vuota, quella scena del sogno mi si ripropone, in questo caso, però, non sono spaventato né mi sento in colpa, ma solo eccitato nel vederla sbranare dal lupo”.

La madre di Nino, Francesca, è una donna che ha avuto una vita difficile. Figlia femmina, tra due fratelli. La madre, Giulia, non l’ha mai apprezzata, ha sempre stravisto per i figli maschi, sparlava, sempre e volentieri, del marito, che lo considerava un incapace.

Francesca, crescendo in quest’atmosfera, sicuramente, si è vista stracciare i desideri di ragazza e i progetti di madre “sufficientemente buona” (Winnicott 1957); si ritroverà con una femminilità da svendere, avrebbe desiderato essere un maschio, punire severamente la madre, avrebbe voluto un padre che prendesse le sue difese e punisse a calci in culo la madre. Francesca si è sposata per andare via dalla casa materna, perché non ce la faceva più, si sentiva soffocata, poi, subito dopo essersi sposata, probabilmente ha cercato di curare il suo vuoto interno, facendo dei figli.
Quando ha avuto Nino, da poco era alle prese con un nuovo lavoro (sotto padrone), mentre incominciava a sentire lo sfiancamento dell’esaurimento nervoso, in questa circostanza, si è trovata costretta a chiedere aiuto alla “odiata madre”, tutto avrebbe voluto tranne questo! Così la sua vita va in collisione, nuovamente con quella della madre; gradualmente, Francesca si ammala fino a subire un vero crollo psichico e le poche ore giornaliere che la nonna avrebbe dovuto impiegare ad accudire il nipote, si sono trasformate in due lunghi anni.

Il pensiero doloroso della madre viene scacciato dalla mente di Nino che sembra, adesso, rimasto colpito dalla lettura di qualcosa che lo fa “rabbrividire” per un attimo: “Oggi in classe ci sono state le solite risatine”. 
E ancora: “Mi tirano contro le penne, i rotoli di carta bagnata di piscio, mi rovinano il quaderno e lanciano bigliettini con disegni orribili. La professoressa vede quello che mi fanno ma si gira dall’altra parte e fa finta di niente. Quanto vorrei che suo figlio si trovasse al posto mio! Che si ammalasse come mi sono ammalato io, vorrei proprio vedere se farebbe finta di non vedere.

La scorsa mattina, Saraceni, uno dei quattro terribili della classe, mi dà un calcio senza alcun motivo, senza che io gli abbia detto o fatto nulla; vado dalla professoressa e le dico: “Saraceni mi dà calci e mi fa dispetti in continuazione, proprio adesso mi ha tirato un calcio”. La professoressa chiama Saraceni e con tutta calma gli chiede: “Saraceni, tu hai dato un calcio a Giovanni?”, “No, professoressa, io non faccio queste cose!” e la professoressa: “Mi dispiace Giovanni, vai a posto, se lui dice che non ti ha fatto niente io non posso fare nulla”. Quando vado al mio banco, devo passare davanti Saraceni, questo prima scruta bene la situazione, attento che nessuno lo possa vedere, poi mi schiaccia un piede con tutta la forza che ha, mi esce un lamento che cerco di soffocare in tutti i modi e mi metto a sedere, facendo finta che tutto vada bene, assalito dalla vergogna.

Provo vergogna, come se fosse colpa mia, mi vergogno di tutto, di non riuscire a difendermi, di piangere, di ridere, di esistere e anche dei miei pensieri che vorrebbero fare una carneficina.

Ah, quanto vorrei vederli tutti morti, vorrei che gli sfregiassero la faccia e il cervello; mi prendono in giro perché sanno che non riesco a difendermi perché sono esaurito.

D’altronde, la nonna diceva che, il pulcino zoppo, nel pollaio, viene sempre beccato da tutti gli altri”.

Il quaderno prosegue con pagine unte dall’odio, dalla rabbia, da lacrime amare e da liquido seminale sparso qua e là, sembra quasi una cartina geografica, dove al posto delle città ci sono i ricordi, più le città sono grandi più i ricordi sono angosciosi e dilagano a dismisura, più le città sono piccole più l’angoscia di Nino si dipana lentamente, con fatica fino a perdersi; dove c’è l’azzurro del mare, è presente, invece, una apparente calma, presagio di temporali sconvolgenti, di conflitti e nuove crisi.

In queste pagine rivive il grande senso di inadeguatezza; la forza dell’odio, è l’unica cosa che rende Nino vivo e operativo, questo gli permette di esistere, un po’, di difendersi dai “nemici” e dalla disintegrazione più totale, dalla pazzia e dalla morte. Ad un certo punto legge una pagina ancora più cruda: “Vorrei portare un coltello a scuola e scannare tutti quegli stronzi in classe e anche quella puttana della professoressa”.

Nino si è dimenato con tutte le sue forze; ha provato a protestare, a far valere le sue ragioni, ma non è servito a nulla; ha provato a mostrarsi buono e ad accondiscendere su tutto e a qualsiasi cosa, ma non è servito a nulla. Riguardo, proprio questo legge: “Devo subire e fare il buono per non essere lasciato solo, devo farlo, per tentare di bloccare i loro pensieri sul nascere e non dargli modo di esprimere parole di disprezzo e ridicolizzazione nei miei confronti”.

Infine, ha provato, anche con Dio, gli ha dedicato preghiere giornaliere, si è affidato a lui, lo ha difeso prendendo le sue parti, nella speranza che con tutto il potere che ha, gli avrebbe dato una mano.

Sul quaderno legge: “Sai che c’è caro Dio? Io sono pazzo ma non stupido! Vedo quelli che si comportano male, bestemmiano e nella vita vengono favoriti, le cose gli vanno sempre bene, sono tutti fidanzati, ed io che, passo metà delle mie giornate con te, a pregare e ad adorarti, mi ritrovo sempre attorniato dall’angoscia, dall’impotenza e dalla rabbia e sempre solo come un cane”.

Dopo aver letto quest’altra grave pagina della sua vita, Nino, disteso sul letto fissa il soffitto, anche qui, quello che per noi è un semplice soffitto, per lui forse è un grosso ostacolo che gli impedisce di guardare il cielo e di raggiungere quel luogo dove vengono omologate “le palle edipiche” e dove si ricevere la “grazia di Dio”. Maledice chi lo ha costruito, chi ha frenato la sua corsa verso il mondo e pensa a come poter far saltare in alto quelle mura.

Su quel letto, è in preda ai ricordi più drammatici. Ormai, immerso nelle parole scritte da lui tanti anni fa, rievoca un’altra immagine nera e dolorosa e inzuppata di solitudine: per un periodo è riuscito a legare, un po’ con un ragazzo, suo coetaneo, che si chiama Marco.

Nino, nei suoi rapporti, non riusciva a istaurare amicizie gioiose, come facevano gli altri ragazzi, pretendeva di ricevere dall’amico tutto ciò che gli dava lui: tanta devozione, amicizia e affetto e voleva altrettanto dall’amico. Veniva, però, presto logorato dalle insufficienti attenzioni, sempre gravemente inferiori a quelle che lui sentiva di riservare all’amico.
Lui, in realtà, frequentava Marco ma non lo sopportava, lo considerava un egoista e un superficiale, si trovava costretto ad accontentarsi, altrimenti sarebbe sprofondato nella più buia solitudine; di tanto in tanto sperava di poterlo sostituire con un altro migliore per poterlo, finalmente, buttare nel cesso, così come avrebbe meritato e togliersi, così una grande soddisfazione.
Ecco cosa Nino legge dal quaderno a proposito di Marco: “Abbiamo appuntamento alle sette, si fanno le sette e mezzo, le otto ed io aspetto, finalmente si presenta con un’andatura lenta, senza chiedere scusa né giustificarsi per il ritardo, dice: “ciao”.

Abbiamo appuntamento per vederci in via Tuscolana, alla fermata Numidio quadrato, alle quattro, si fanno le quattro e mezzo, le cinque, gli telefono e mi risponde: “Scusa mi ero dimenticato!”.

Abbiamo appuntamento per vederci al solito bar, si presenta con un altro suo amico, seduto davanti, al posto mio. Penso: “Come? Noi è una vita che usciamo insieme, lui appena conosciuto, lo fa subito sedere al posto mio; questo non me lo doveva fare, è troppo!”.  

Leggendo le parole scritte da lui, Nino sorride tra le lacrime, “consapevole” della rabbia che ancora oggi non è scomparsa. Ripensa a quei tempi e ai
 suoi tentativi per andare verso gli altri e verso il mondo, sempre falliti.
Sono trascorse parecchie ore da quando ha varcato la soglia dei ricordi, ha rievocato i fantasmi che nel profondo sono sempre stati attivi. Adesso uscendo, sembra che quella stanza, in realtà, non l’abbia mai abbandonata, ha sempre esercitato su di lui una grande influenza. Rimette il quaderno nell’armadio, con la solita maniacale precisione e, chiudendo la porta alle sue spalle, si volta per l’ultima occhiata al letto e a quelle foto sulla parete che lo ritraggono sbarbato, carnoso, con i capelli rasati, lo sguardo sfuggente e lo zyprexa in corpo (psicofarmaco antipsicotico di nuova generazione).

Analisi del caso

Si è raggiunta una sostanziale concordanza nella comunità scientifica internazionale nel far risalire l’eziologia della malattia mentale (psicosi) all’inadeguatezza delle prime esperienze del lattante e dell’infante. I motivi dei disturbi mentali, possono annidarsi in maniera silente o chiassosa, anche in qualche angolo genetico che, in questi delicati anni, possono replicarsi, mettere o no radici, con più o meno facilità, a seconda che “l’ambiente madre sufficientemente buona” (Winnicott, 1970), risponda in maniera benefica o malefica, possono trovare campo libero e fertile o incorrere in una forte resistenza e opposizione.
L’ambiente del neonato ha una tale importanza che, addirittura Winnicott chiama la malattia mentale, una “malattia da deficienza ambientale”.
Durante questo periodo (dai 0 ai 12 anni) se il bambino incorre in troppe avversità dell’ambiente familiare, sicuramente ne uscirà malconcio.
Durante i primi anni di vita si formano le inclinazioni fondamentali e, tali tendenze influenzeranno poi, lo stile di vita dell'individuo ed il suo modo di considerarsi, durante tutto l’arco della su vita.
E’ come se, tutto ciò che abbiamo ricevuto durante quel periodo, diventerà il racconto dell’intera esistenza futura.
Nino, come abbiamo visto, ha subito da piccolo una “relazione malefica” con la madre, in quanto questa si è mostrata incapace di ascoltare, elaborare e rispondere alle esigenze del figlio (reverie, Bion, 1962) per sue personali problematiche familiari, psicologiche ed esistenziali.L’abbandono del ragazzo, subito nei primi due anni della sua vita, (quando è stato affidato alla nonna), abbiamo ragione di credere che, si è costituito come una esperienza che ha attentato alla sua crescita evolutiva “sana” e che lo ha indirizzato verso l’area cosiddetta pre-psicotica, in quell’area dove tutto sembra “normale”, ma dove si percepisce che basta un nulla per perdere l’equilibrio.
A questo livello, esiste ancora la speranza di poter far evolvere la vita, in maniera positiva, si può ancora allontanare la “malattia mentale”. Ci sono delle carte da giocare che possono invertire la direzione di marcia e possono assumere una funzione correttiva e possono permettere di uscire dall’area di pre-psicosi e farci entrare nella cosiddetta area di “normalità”).
Occorrono, qiundi delle esperienze capaci di risanare e rettificare, capaci di attenzioni e cure, superiori al consueto standard che si ha nella famiglia, scuola e vita.
Nino, purtroppo, ha avuto dalla vita troppe carte perdenti da poter giocare e lo hanno trascinato verso la disperazione più totale.
E’ arrivato, infatti, all’appuntamento con la scuola media vestito con i panni della paura, sfiducia e rabbia, con implicazioni caratteriali di chiusura e di isolamento. Proprio per questo motivo, avrebbe avuto bisogno di un ambiente scolastico riparativo.
Nino era portato a vedere nell’insegnante una figura materna inadeguata e traditrice; la sua posizione verrà aggravata ulteriormente se questa realtà verrà confermata da ulteriori esperienze negative (come poi realmente è successo). Se avesse avuto, invece, a sua disposizione un ambiente scolastico riparativo, con un’insegnante capace di sintonizzarsi con le sue paure, esigenze e bisogni e con una classe capace di cooperare e di autopensarsi come gruppo-classe, Nino ne avrebbe tratto gran beneficio e probabilmente non sarebbe mai “impazzito”.
Per dirlo in senso metaforico è come se: questo ragazzo arriva, alle scuole medie, affetto da un’infezione, (quella contratta durante l’esperienza di abbandono della madre), e con un sistema immunitario difettoso. Per non aggravare ulteriormente la contaminazione, nell’ambiente scolastico, ha bisogno di una “camera operatoria asettica” e non vanno bene, per lui, quelle normali, perché estremamente sensibile al contagio di “microbi escludenti, criticanti e invalidanti” e privo di meccanismi di difesa efficienti.
L’ambiente scolastico, infatti, avrebbe potuto permettere una evoluzione positiva, se solo Nino avesse trovato un ambiente più accogliente e un’insegnante adeguata, pronta ed efficace.

La figura dell’insegnante assume un ruolo di vitale importanza per quei ragazzi, che come Nino hanno subito una situazione di abbandono. E’ un riscatto da tentare e l’opportunità da giocarsi.
Lasciata semiaperta la ferita dell’abbandono dell’infanzia da parte della madre, può in questa fase scolastica presentarsi l’occasione di risanarla, se pur in parte; invece, per Nino, si è aggravata ulteriormente, provocando un sanguinamento delle vecchie ferite.
L’insegnante non è riuscita ad evitare che un’altra devastante esperienza di abbandono si aggiungesse a quella già subita e il ragazzo, di tutto avrebbe avuto bisogno, tranne che di questo; la professoressa non è stata in grado di rispondere alle urla di aiuto del ragazzo, ne è forse restata infastidita ed ha dovuto occuparsi più del suo fastidio che di Nino e della classe.
In questo modo la fase pre-psicotica, raggiunta durante l’infanzia, può evolvere in psicosi vera e propria.
Esistono, però, dei fattori che possono invertire la marcia e il corso degli eventi in modo da allontanare la malattia mentale grave, come ad esempio l’adesione, con forte coinvolgimento, a movimenti politici, religiosi e artistici che rendono possibile la creazione e quindi la fusione in un “gruppo alla pari”.

Se il ragazzo riesce, infatti, a fondare e a fondersi in un gruppo alla pari, (gruppo dei fratelli, bande, gruppo religioso, gruppo politico, gruppo musicale…) ha buone possibilità di riuscire a recuperare esperienze capaci, finalmente, di dare un senso all’esistenza, di enucleare comunque, un proprio sé. Il senso di smarrimento di cui si soffre è curato con l’occupazione di uno spazio proprio sul territorio; la conquista di questo spazio, di questo sé, richiede la messa in atto di una sorta di stato di guerra, contro chi ne impedisce l’esistenza (madre, famiglia, scuola, amici, società), ed infatti viene conquistato con il sudore, con la forza e l’aggressività.

Questi gruppi di cui parliamo, nascono come opposizione alla cultura di appartenenza, familiare, istituzionale, religiosa, scolastica…. I “fratelli” del gruppo si fondono, subordinandosi, solo per l’insurrezione, per portare a termine la missione ben precisa: fare fuori tutto ciò che ostacola la loro esistenza. L’angoscia e la paura del crollo psichico, della separazione e della morte, in una prima fase, viene quindi fronteggiata con l’arruolamento delle forze fisiche e aggressive e solo successivamente ci si avvale dell’ingegno.

I ragazzi che giungono a questo bivio dove trovano l’indecifrabile segnaletica del percorso della vita, possono trovare una mano salvifica in figure parentali “valide”, adeguate a illuminare la strada migliore e a fornirgli gli indispensabili incentivi motivazionali.

Facciamo, allora, ancora una volta tesoro degli insegnamenti di Winnicott, quando evidenzia l’utilità di figure parentali con esperienza di allevamento di figli, che possono fungere da aiuto alla giovane madre; nonché degli studi etologici che evidenziano la funzione adattiva e integrativa dei primati “integri” che possono fungere da esempio, dirigendo e aiutando gli altri.

Seguendo questa logica l’incontro con una persona “integra”, un insegnante, uno zio o parente del ragazzo, capace di comprenderlo, ascoltarlo e di relazionarsi anche empaticamente, può esercitare una restaurazione e riparazione di quei “collegamenti difettosi”, per rafforzare, abbellire e arricchire e quindi dare senso alla vita; intravedendo una via da percorrere, delle mete da raggiungere e di conseguenza sentirsi adeguati, ed essere sorretti da un “IO” forte, elastico e abbastanza in accordo con le altre istanze. L’insegnante, in questi ultimi decenni, operando in un contesto dove regna sempre più la deresponsabilizzazione, la criticità, la scarsa identità condivisa, non riesce ad assolvere ai bisogni di contenimento e ad essere “riparativa” nei confronti di ragazzi provenienti da esperienze di deprivazione infantile.
Abbiamo avuto modo di notare come Nino, non solo ha subito un ambiente familiare gravemente inadeguato, con l’abbandono per due lunghi anni da parte della mamma, per motivi di lavoro e di salute, ma si è ritrovato a subire fino all’estremo una vita fatta di rifiuto e disprezzo anche nell’ambiente scolastico, quindi nella famiglia classe e nella “madre professoressa”.
Queste esperienze, che arrivano a cavallo fra il tempo della scuola media e le superiori, per Nino, come per tutti i ragazzi con storie simili, si rivelano essere devastanti e condizionanti per tutto il resto della vita.
E’ in questa fase che bisognerebbe intervenire con una sorta di “118” , con assoluta competenza e urgenza, in modo che, tante storie che poi evolvono in “malattie mentali” gravi, vengano soccorse in tempo e reindirizzate verso una migliore evoluzione.

Vittorio Mendicino - info@psicologiaeterapia.it
Graziella Ceccarelli - graziellaceccarelli@virgilio.it

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Bibliografia:

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