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   Studio di Psicologia e Psicoterapia 
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Dimmi tu il  perchè

DIMMI  TU  PERCHE’

(piccole riflessioni sul modernismo progressista)


          Durante uno dei miei ritorni in Calabria a Nocera Terinese, mi sono ritrovato, come tante altre volte, a chiacchierare piacevolmente, con lo zio Ntoni, chiacchierate a carattere di amichevole svago, in tono politico filosofico; questo zio, secondo me, è uno dei pochi depositari viventi di storia, usanze e cultura contadina di una volta. So che agli altri può sembrare come un uomo all’antica, arretrato e ignorante. Se apparisse in televisione verrebbe etichettato come un nauseante reperto museale, a me, sembra, invece, una miniera d’oro, un libro maestro e appena ne ho la possibilità, ci chiacchiero con gusto e interesse.

           Penso anche che nelle sue parole c’è una visione del mondo diversa dalla mia: dove lui vede delle luci io vedo ombre e aspetti incondivisibili, ma questo lo ritengo fisiologico, glielo abbono, glielo condono volentieri.

            Tra le tante storie e fatti di vita che, mi ha raccontato, mi ha colpito, in modo particolare, questa:

 “Correva l’anno 1948 io, per vivere e poter mantenere la mia famiglia, lavoravo la terra in campagna, allora, per poterlo fare, non c’erano a disposizione tanti strumenti moderni come adesso, avevamo solo la zappa e la fatica, per poter coltivare e vivere, era tanta.

       Ogni mattina, vedevo arrivare, nel terreno confinante Franco ‘o russu e, assieme a lui, la fioca luce dell’alba, lasciava intravedere una piccola sagoma che accelerava il passo per mantenere l’andatura dell’adulto: era il figlioletto di sei anni.

      Al ragazzino, durante tutta la giornata, il padre, gli faceva fare dei piccoli lavoretti: pascolava la capra, ne avevano solo una, (ricordo che si chiamava Betta), andava a prendere con la vozza (la brocca di coccio), l’acqua alla sorgente, estirpava l’erba “cattiva” dall’orto.

Tutti piccoli “lavoretti”, ma per un bambino di quell’età risultavano, comunque, faticosi.

      Al momento del pranzo, spesso mi ritrovavo a condividere quella mezz’oretta con Franco e il figlio, ci mettevamo sempre accanto alla fontana sorgiva, all’ombra del pioppo, per noi quello era un momento sacro, come fosse la nostra messa domenicale.

      Il ragazzino, come arrivava, si buttava a peso morto sull’erba poi, con vivi movimenti, si stennicchiava, allargando le braccia che scomparivano nell’erba; abbracciando la terra, sembrava volesse abbracciare la “madre natura”.

           Franco apriva ‘o maccaturu (una specie di fazzolettone) dove era racchiuso il pranzo, prendeva il coltellaccio a serra manico come se dovesse fare chissà cosa, invece, gli serviva per tagliare un pezzettino di caso (formaggio di capra) grande quanto un’unghia per darlo al figlio, poi, con tanta cura, prendeva un pezzo di pane fatto in casa e gli dava pure quello; era tutto quello che poteva donare, tutto quello che aveva.

           La cosa che più mi è rimasta impressa di questo nostro rito, ricordo ancora come fosse oggi, è quando Franco puliva la cipolla: la crozza (la testa) la mangiava tutta lui, altrimenti non avrebbe avuto abbastanza forza per continuare a lavorare nel campo, il gambo (che di solito lo buttiamo), lo dava al figlio affinché lo mangiasse.

           Questo ragazzino ha vissuto con il padre e in questo modo tutta la sua prima gioventù,  poi è cresciuto e diventato grande, si è fatto una posizione, oggi, come si suol dire è “qualcuno”.

Costruisce case, strade e palazzi, ha messo su un’amorevole famiglia, i figli sembrano promettere bene, sono molto uniti tra loro e hanno la “testa sulle spalle” e per giunta ama con tutta l’anima quegli stessi genitori che gli hanno fatto passare un’ infanzia con tanti sacrifici e fatiche.

          I figli di Cianca Forte, invece, sono cresciuti avendo avuto sempre tutto, ogni “ben di Dio”, sono andati a scuola, hanno studiato, hanno avuto la governante che si occupava di loro e non gli faceva mancare nulla, eppure, il primogenito è uno sbandato, mezzo drogato, l’altro si è sposato, separato, risposato e riseparato, sta sempre a litigare col fratello, il padre e la madre, insomma un vero disastro…

          Dimmi tu, adesso, perché…Dimmi tu, che fai lo psicologo a Roma,  perché…”.

 

           Non è facile rispondere alla domanda dello zio Ntoni e forse non esiste una risposta precisa e definitiva. Tuttavia penso di essermi formato un’idea in merito, abbastanza chiara, capace di processare il quesito e di estrarre una risposta convincente.

          Sul mio cammino ho incontrato validi maestri e buoni libri, ma ho dovuto ugualmente cercare da me nell’inconscio, nei “gruppi” e nella pazzia. Oggi penso di poter rispondere e dire la mia allo zio Ntoni e a chi  si smarrisce  in questi interrogativi.

     Voglio, però, riservarmi la facoltà di fornire ed esplicitare questa  risposta, in maniera circostanziata, più in là.

 

                  Vittorio Mendicino

                  info@psicologiaeterapia.it

 

                 Roma Luglio 2005

Key Noceresi:ntoni,crozza,maccaturu,stennicchiava,vozza,russu,nocera,terinese,calabria.

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