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IL CAVALLARO DI VIA MARCO DECUMIO

   

cavallo murgese link

 

In quest’angolo della città di Roma, in via Marco Decumio,  mentre il nostro sguardo esploratore si congiunge con i Castelli Romani: Frascati, Rocca di Papa, Albano, Genzano, Ariccia…viene deviato, ad un certo punto, da un trio di piccioni che vanno decisi a posarsi a Tor Fiscale, su quella alta torre che, nell’antica Roma, controllava gli acquedotti di tutta la città; poi, scivola su un cartellone pubblicitario, tutto bianco, sembra in attesa di un “vestito nuovo”; forse, perché siamo anche vicinissimi a Cinecittà, (la nostra Hollywood), ci appare in mente, il manifesto di un ipotetico film, il cui titolo potrebbe essere: “Cavallo anoressico cerca cavalla polacca”.

In quest’angolo di Roma vi è via Marco Decumio che inizia in via Tuscolana, all’altezza della metropolitana Porta Furba, prosegue fino al civico 9, dove viene sbarrata da un alto palazzo, poi continua all’altezza di via Dei Furi con il civico11 e si esaurisce “serenamente” al numero 77.
Al civico 23, 25, 27 c’è la scuola elementare “Damiano Chiesa”.
Qui, al numero 15, invece, da un paio di anni, si è trasferito lo studio di psicoterapia del Dott. Vittorio Mendicino. Scopriamo al numero 13, dove ci troviamo in questo momento, un Phone Center, veniamo a sapere che è stato messo su, recentemente, da una famiglia del Bangladesh: uno di quei negozi moderni che offre servizi di telefonia fissa a prezzi vantaggiosi, frequentato, per lo più, da extracomunitari per telefonare alle loro famiglie lontane.
Da circa quarant’anni, in questo stesso locale, invece, c’era la bottega di carne di cavallo del signor Stelio e anche prima di lui c’era una bottega, sempre di carne di cavallo.

Ci fermiamo a parlare un po’ con il fratello, che casualmente incontriamo nelle vicinanze e cerchiamo di capire come mai si è “chiuso bottega” e non ha proseguito l’attività di famiglia, cessata nel dicembre 2004. 

“Con mio fratello è morta anche la bottega”, dice con le lacrime agli occhi, “mi dispiace tanto, anche perché ogni cliente era un amico, so che qualcuno viene ancora a controllare la saracinesca se è aperta, quasi sperando in una “resurrezione”. Nella zona, poi, mio fratello era molto conosciuto e ben voluto da tutti, era romanista ma stava simpatico pure ai laziali!”.
Ci racconta che ormai l’attività non è più come una volta.

“Tutto è diventato più difficile, prima bastava andare in delegazione e dire: “ Buongiorno sono venuto per avvisarvi che apro una bottega di carne di cavallo, in via Marco Decumio, 13” e stop! Adesso, invece, se decidi di metter su questa attività, ci sono mille incombenze, prima di tutto devi frequentare una scuola apposita, poi iscriverti alla camera di commercio, avere tanti permessi: USL, Comune, Circoscrizione, per non parlare, poi della partita IVA, registratore di cassa, impianto elettrico a norma CEE. No, no, meglio chiudere, meglio chiudere! Troppe rogne. Oltretutto, questo è un lavoro che non si può improvvisare, non può farlo chiunque, bisogna avere una conoscenza approfondita dei cavalli e prendere in considerazione i sacrifici che vanno ad “intaccare” la propria vita e quella della famiglia. Mio fratello, spesso si svegliava all’alba per recarsi al macello; qui doveva scegliere, fra tanti cavalli chiusi in un recinto, quello da macellare. Per poter effettuare la scelta , doveva guardarli e studiarli uno per uno, gli osservava i denti, gli zoccoli, il pelo, cercava di capire le condizioni di salute, l’età e il tipo di vita che aveva vissuto (se era stato un cavallo da tiro, da corsa, o da stalla e così via…). Tutto questo per evitare di acquistare un cavallo con la carne non buona, in quanto, bastava una sola volta vendere la carne “cattiva” da mangiare, perché magari di cavallo troppo vecchio, per perdere tutti clienti”.

Quegli stessi clienti che, vedendo uscire dalla macchina affettatrice una fettina di carne a forma regolare, di color rosso fiat 500, magari pensano che all’origine ci sia, solo una macchina produttrice di carne e non un cavallicidio, come realmente è.

“Poi”, continua, “dato che un cavallo intero non lo si riusciva a vendere in tempo utile, allora bisognava cercare un altro macellaro e accordarsi per dividersi la stessa bestia.

In passato era più facile avere la carne da vendere, oggi i cavalli arrivano tutti dalla Polonia, e chissà cosa ci mandano da lì. Roma una volta, invece, era piena di cavalli che tiravano i carretti e aiutavano l’uomo nei lavori più duri e dunque, vi era una vasta scelta tra i “cavalli nostrani”.

Così ci rievoca la scena di una Roma lontana, romantica e scivoliamo in un immaginario dove tutte le auto all’improvviso e magicamente si trasformano in cavalli e un odore di stalla, prende il posto dei moderni odori provenienti dagli scarichi delle auto.

Il pensiero torna a quando il signor Stelio andava al macello e lì, si trovava a dover condannare a morte il cavallo, per poter foraggiare i suoi clienti e amici.  

Se solo pensiamo alla mitologia greca e a Pegaso, il cavallo è sempre stato, nell’immaginario collettivo, simbolo di eleganza, potenza, poesia e libertà. E’ strano pensarlo al macello, possiamo immaginare più facilmente il maiale, il pollo, l’agnello, ma il cavallo no!

Queste fantasie vengono interrotte dalle parole del fratello del “nostro” macellaro, che continua con il suo elogio del passato e con le spiegazioni delle difficoltà che si incontrano oggi, nel portare avanti una bottega.

“Mio fratello, quando ha aperto pagava 12 mila lire, uno stipendio medio era di 100 mila lire, dunque l’affitto corrispondeva al 12%; oggi, invece uno stipendio medio è di 1200 euro, l’affitto è più o meno 600 euro, significa il 50%. No, no, non è possibile, mi dispiace, meglio chiudere; mi dispiace, meglio chiudere; mi dispiace, meglio chiudere!!!”.
Mentre stava dicendo ciò, si avvicina una signora che ci chiede: “Scusate ma quello che vende la carne di cavallo dove si è trasferito? Prima stava proprio lì!” e indica il civico 13.

Rispondiamo: “Non c’è più, signora, è morto”.

“Oh! Poverino, stava così bene…

era tanto una brava persona…

quanto mi dispiace, ace, ace, ce, ce, e…”


P.S

Mentre lavoriamo alla stesura di questo scritto, veniamo a conoscenza che il comune di Roma ha “ordinato” all’ultima quarantina di cavalli , rimasti ancora a   tirare le carrozze per    portare  romanticamente a spasso i turisti per la città eterna, di indossare i mutandoni per non fare

                           più la cacca come bestie…


   Graziella Ceccarelli , graziellaceccarelli@virgilio.it
   Vittorio Mendicino -info@psicologiaeterapia.it

Roma Giugno 2005

www.psicologiaeterapia.it

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